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Costruire realtà patologiche

Pubblicato il 23/08/2016

(da Giorgio Nardone, Psicosoluzioni. Risolvere rapidamente complicati problemi umani, BUR)
Quando ho preso in mano questo testo di Giorgio Nardone (da cui sono tratti i brevi spunti che seguono), ho guardato la copertina e poi, come sono solita fare, ho girato il libro. Nella parte alta, incorniciata da un riquadro, mi è saltata all’occhio una citazione di Buddha Sakyamuni: “Voi siete gli artefici della vostra condizione passata, presente e futura. La felicità o la sofferenza dipendono dalla vostra mente e dalla vostra interpretazione”.
“E che cosa ci fa Buddha qui?”, mi sono chiesta. Poi ho letto il libro e l’ho capito.

Una delle più nefaste convinzioni, nei suoi effetti, degli ultimi cento anni, è quella relativa al fatto che, se una persona ha una patologia psicologica grave e persistente da anni, la sua terapia dovrà essere altrettanto sofferta ed estesa nel tempo.
Tale credenza pseudo-scientifica ha resistito per decenni, sia alla contraria evidenza dei fatti, sia all’evoluzione della scienza, e tuttora persiste in certi ambienti, nei quali forse è più importante difendere la ortodossia che curare effettivamente le umane sofferenze; in questi casi, come per Hegel, “se i fatti non concordano con la teoria, tanto peggio per i fatti.
Tuttavia, nell’arco degli ultimi trent’anni, molti studiosi e autori, recuperando antichi saperi e utilizzando i contributi della più moderna ricerca scientifica, hanno dimostrato e fatto conoscere come sia possibile risolvere efficacemente e in tempi brevi la maggioranza delle patologie psichiche e comportamentali. Come afferma Occam: “Tutto ciò che può essere fatto con poco, inutilmente viene fatto con molto”.
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“Non esiste una realtà vera, ma tante realtà quante se ne possono inventare”, affermava Oscar Wilde.
Pertanto si deve constatare che non esiste una conoscenza davvero vera delle cose, ma può esistere soltanto una conoscenza idonea , ovvero una conoscenza strumentale, che ci permette di gestire le realtà con le quali interagiamo.
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Questo approccio, definito costruttivismo, sulla base della consapevolezza dell’impossibilità del raggiungimento di una verità definitiva si indirizza verso il perfezionamento della nostra consapevolezza operativa, ossia della nostra capacità di gestire strategicamente la realtà che ci circonda. Questa, tuttavia, non è una conoscenza del tutto moderna, già l’antico filosofo Epitteto affermava “non sono le cose in sé che ci preoccupano, ma l’opinione che noi abbiamo di esse.
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Gli esseri umani […] hanno difficoltà a cambiare le loro visioni e i loro copioni comportamentali, anche quando questi risultano inadeguati. Si dice infatti che l’uomo vuole più riconoscere che conoscere.
In altri termini, tutto ciò riconduce a un’antica storiella greca che narra «di un mulo che tutte le mattine portava un basto pieno di legna dalla fattoria a valle alla baita in montagna, passando sempre per lo stesso viottolo attraverso il bosco, andando su la mattina e tornando giù la sera. Ma una notte, durante un temporale, un fulmine abbatte un albero che va ad ostruire il passaggio. La mattina seguente il mulo, camminando per il suo usuale tragitto, incontra l’albero che ne impedisce il cammino. Egli pensa: “L’albero qui non ci deve essere, è al posto sbagliato”, e procede fino a sbattere la testa sull’albero, immaginando che questi si sarebbe spostato, considerato che non era al suo posto. Allora il mulo pensa: “Forse non ho dato una botta abbastanza forte”, ma l’albero non si sposta. Il mulo insiste ripetutamente; lascio intuire al lettore la tragica fine dell’antica storiella greca». Ritengo questa metafora un’eccellente analogia di ciò che gli esseri umani mettono in atto quando si costruiscono una patologia; e pensare che, come nel caso del mulo, il più delle volte basterebbe poco, un po’ di elasticità mentale, per evitare di costruire il problema.
La vita è costellata di eventi problematici per chiunque; la differenza sta nel “come” ognuno di noi si pone nei confronti di tali realtà, poiché ciò condurrà a mettere in atto tentativi che possono guidare non solo alla non soluzione ma, addirittura, alla complicazione del problema che si vorrebbe risolvere. Pertanto, ciò che costruisce un problema non è tanto un errore di percezione e reazione, ma la rigida perseveranza nella posizione assunta e nelle azioni che ne conseguono. Come già riferito, le patologie psicologiche di solito si realizzano nell’utilizzo, da parte della persona, di una o più soluzioni che spesso sono riconosciute dallo stesso soggetto come non funzionali, ma che egli non riesce a modificare. Tale rigido sistema di percezioni e reazioni, nei confronti di una determinata realtà, mantiene il problema, lo complica, e spesso conduce il soggetto a essere sfiduciato nella possibilità di un cambiamento.
In altri termini, errare è umano, ma è l’incapacità di modificare i propri errori che rende le situazioni irrisolvibili.

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